×

Attenzione

Questo sito utilizza cookies tecnici e sono inviati cookies di terze parti per gestire i login, la navigazione e altre funzioni. Cliccando 'Accetto' permetti l'uso dei cookie, cliccando 'Rifiuto' nessun cookies verrà installato, ma le funzionalità del sito saranno ridotte. Nell'informativa estesa puoi trovare ulteriori informazioni riguardo l'uso dei cookies di terze parti e la loro disabilitazione. Continuando nella navigazione accetti l'uso dei cookies.

Visualizza la normativa europea sulla Privacy.

Hai rifiutato i cookies. Questa decisione è reversibile.

Quando il silenzio è musica

Quando il silenzio è musica

 
Giovedì, 12 dicembre 2013

 
Il Natale è una festa nella quale si fa tanto rumore. Mentre viviamo questo periodo di attesa sarebbe importante invece riscoprire il silenzio, come momento ideale per cogliere la musicalità del linguaggio con il quale il Signore ci parla. Un linguaggio tanto simile a quello di un padre e di una madre: rassicurante, pieno di amore e di tenerezza.
Ho riflettuto non tanto su quello che il Signore dice, quanto piuttosto sul come il Signore lo dice: cioè, non tanto nella lettera, ma nella musica.
Come ci parla il Signore? Forse può sembrare strano sentire un Dio grande dire: Io sono il Signore tuo Dio, che ti tengo per la destra, come il papà il bambino. E ti dico: non temere! Io vengo in tuo aiuto. E’ proprio come il padre che corre accanto al suo bambino quando, di notte, fa un brutto sogno e gli dice: Non temere! Ci sono io vicino a te.
Allo stesso modo ci parla Gesù. Egli si avvicina a noi. Quando guardiamo un papà o una mamma che si avvicinano al loro figliolo noi vediamo che diventano piccoli, parlano con la voce di un bambino e fanno gesti da bambini. Chi li vede dal di fuori può pensare che sono ridicoli. Ma l’amore del papà e la mamma ha necessità di avvicinarsi, di abbassarsi al mondo del bambino. E anche se papà e mamma gli parlassero normalmente, il bambino li capirebbe; ma loro vogliono prendere il modo di parlare del bambino. Si avvicinano. Si fanno bambini. E così è il Signore.
I teologi greci parlando di questo, dicevano una parola molto difficile: “sincatabasi”, la condiscendenza di Dio che accetta di farsi uno di noi. In questo modo parla il Signore. E addirittura fa come fanno i genitori, che ai loro bambini dicono cose un po’ ridicole “giocattolo mio!” e tutte queste cose. In effetti anche Dio nella Bibbia dice: vermiciattolo di Giacobbe, tu sei come un vermiciattolo per me, sei una cosa piccolina... ma ti amo tanto. Questo è il linguaggio del Signore: un linguaggio d’amore, di padre, di madre.
Certo dobbiamo ascoltare la parola del Signore, quello che lui ci dice; ma dobbiamo anche ascoltare come lo dice. E dobbiamo fare come lui, cioè fare quello che dice, ma farlo come lo dice: con amore, con tenerezza, con quella condiscendenza verso i fratelli.
Mi ha sempre colpito l’incontro del Signore con Elia, quando il Signore parlò con Elia. Era sul monte e quando lo vide passare il Signore non era nella grandine, nella pioggia, nella tempesta, nel vento... Il Signore era nella brezza soave (cfr 1 Re 19, 11-13).
Nell’originale è usata una parola bellissima che non si può tradurre con precisione: era in un filo sonoro di silenzio. Un filo sonoro di silenzio: così si avvicina il Signore, con quella sonorità del silenzio che è propria dell’amore. E a ogni uomo dice: Tu sei piccolo, debole peccatore; ma io ti dico che ti faccio come una trebbia acuminata, nuova, munita di molte punte. Tu trebbierai i monti e li stritolerai, ridurrai i colli in pula. Li vaglierai e il vento li porterà via, il turbine li disperderà. Così egli si fa piccolo per farmi potente. Lui va alla morte, nel segno di quella condiscendenza, perché io possa vivere.
Questa è la musica del linguaggio del Signore. Noi, preparandoci al Natale, dobbiamo sentirla. Ci farà bene, molto bene. Di solito il Natale è una festa di molto rumore. Ci farà bene fare un po’ di silenzio, per sentire queste parole di amore, di tanta vicinanza, queste parole di tenerezza. Dobbiamo fare silenzio in questo tempo perché, come dice il prefazio, noi siamo vigilanti in attesa.