×

Attenzione

Questo sito utilizza cookies tecnici e sono inviati cookies di terze parti per gestire i login, la navigazione e altre funzioni. Cliccando 'Accetto' permetti l'uso dei cookie, cliccando 'Rifiuto' nessun cookies verrà installato, ma le funzionalità del sito saranno ridotte. Nell'informativa estesa puoi trovare ulteriori informazioni riguardo l'uso dei cookies di terze parti e la loro disabilitazione. Continuando nella navigazione accetti l'uso dei cookies.

Visualizza la normativa europea sulla Privacy.

Hai rifiutato i cookies. Questa decisione è reversibile.

Meno parole, più fatti

Meno parole, più fatti

 

Giovedì, 7 maggio 2015

 

Il Signore ci chiede di rimanere nel suo amore, cioè rimanere nell’amore che lui ha. Nel passo evangelico di Giovanni (15, 9-11) proposto dalla liturgia del giorno e ponendo subito alla domanda centrale: “Qual è quell’amore?” la risposta è: “l’amore del Padre” e Gesù stesso ci assicura: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi”. E’ dunque, la pienezza dell’amore: rimanere nell’amore di Gesù.

Questa realtà del vero amore bisogna capirla bene. Dunque, come è l’amore di Gesù? Come so che io che sento il vero amore? Due criteri he ci aiuteranno a distinguere il vero dal non vero amore. Il primo criterio è che l’amore si deve porre più nei fatti che nelle parole. E il secondo criterio consiste nel fatto che è proprio dell’amore il comunicare: l’amore si comunica. Solo con questi due criteri possiamo trovare il vero amore di Gesù nei fatti, ma nei fatti concreti.

La concretezza è dunque fondamentale, noi possiamo guardare una telenovela, un amore di telenovela: è una fantasia. Sì, sono storie, ma non ci coinvolgono. Ci fanno battere un po’ il cuore, ma niente di più. Da parte sua, invece, Gesù ammoniva i suoi: “Non quelli che dicono: Signore! Signore! entreranno nel regno dei cieli, ma quelli che hanno fatto la volontà del Padre mio, che hanno osservato i miei comandamenti. Se osservate i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore”.

Queste parole ci riportano alla concretezza dell’amore di Gesù. Esso è concreto, è nei fatti, non nelle parole. E così quando quel giovane dottore della legge è venuto da Gesù e gli ha chiesto: “Dimmi, Signore, qual è il più grande comandamento della legge?”, Gesù ha detto la legge com’era: “Amerai il tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima ed il prossimo come te stesso”. A quel punto quel giovane si è sentito un po’ imbarazzato e non sapeva come uscire da quella piccola vergogna. E per uscire ha fatto la domanda: chi è il prossimo? Per spiegarglielo Gesù ha raccontato la parabola del buon samaritano. Ed alla fine ha proposto a quel giovane: “Va’ e fai lo stesso”.

Con questa esortazione Gesù mostra che il vero amore è concreto, è nelle opere, è un amore costante; non è un semplice entusiasmo. Ma tante volte è anche un amore doloroso: pensiamo all’amore di Gesù portando la croce. In ogni caso, le opere dell’amore sono quelle che Gesù ci insegna nel brano del capitolo 25 di san Matteo. Le parole sono chiare e concrete, come a dire: chi ama fa questo. E’ un po’ il protocollo del giudizio: ero affamato, mi hai dato da mangiare, eccetera...

Anche le beatitudini, che sono il programma pastorale di Gesù, sono concrete. Il primo criterio per rimanere nell’amore di Gesù è che questo nostro amore sia concreto e come lui dice: osservare i comandamenti, i suoi comandamenti. Una delle prime eresie nel cristianesimo è stata quella del pensiero gnostico, che vedeva un Dio, lontano e non c’era concretezza. Non a caso l’apostolo Giovanni la condanna bene: “Questi non credono che il Verbo si è fatto carne”. Invece con il suo amore il Padre è stato concreto, ha inviato suo Figlio, che si è fatto carne per salvarci. Quindi il primo criterio è l’amore: è più nelle opere, nei fatti, che nelle parole.

Il secondo criterio, invece, è che l’amore si comunica, non rimane isolato: l’amore dà se stesso e riceve, si fa quella comunicazione che è tra il Padre ed il Figlio, una comunicazione che la fa lo Spirito Santo. Perciò non c’è amore senza comunicare, non c’è amore isolato. Qualcuno potrebbe obiettare che i monaci e le monache di clausura sono isolati. Non è così perché sono persone che comunicano e tanto, con il Signore ed anche con quelli che vanno per trovare una parola di Dio.

Il vero amore non può isolarsi, perché se è isolato non è amore e diventa piuttosto una forma spiritualista di egoismo, un rimanere chiuso in se stesso, cercando il proprio profitto. In una parola è egoismo. Così rimanere nell’amore di Gesù significa rimanere nell’amore del Padre che ci ha inviato Gesù; rimanere nell’amore di Gesù significa fare, non solo dire; rimanere nell’amore di Gesù significa capacità di comunicare, di dialogo, sia con il Signore sia con i nostri fratelli.

In fondo è così semplice; ma non è facile, perché l’egoismo, il proprio interesse attira, spingendoci a non fare gesti concreti: ci attira per non comunicare. Di più: cosa dice il Signore di quelli che rimarranno nel suo amore? “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. Dunque chi rimane nell’amore del Padre è gioioso; “se voi rimarrete nel mio amore, la vostra gioia sarà piena”. Si tratta, in verità, di una gioia che tante volte viene insieme alla croce. Ma è anche una gioia; Gesù stesso ce lo ha detto: nessuno ve la potrà togliere.