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VII Comunicato

   

         Buona Pasqua a tutti! Siamo infatti ancora nel tempo liturgico pasquale, occasione per recuperare i germi della risurrezione se ci fossimo persi qualche... puntata spirituale...!

 

         Monsignor Derio, il vescovo di Pinerolo autore del libro “della caffettiera”, dopo settimane di ospedale, di rianimazione e di cure intensive, si sta riprendendo, continuiamo a ricordarlo...

 

         La nostra bella chiesetta, in ottemperanza alle linee emanate dal Governo, rimane aperta dal mattino alla sera e questo è già un piccolo servizio che si offre a chi desidera pregare in chiesa. Ogni giorno infatti qualcuno passa...

 

         Ogni giorno poi, a porte chiuse, celebro la messa per tutta la popolazione, nell'attesa e con il desiderio forte di poterlo fare finalmente “di persona”; intanto prego per ciascuno di voi tutti, soprattutto per chi fa più fatica a stare in casa...

 

         Qualcuno mi ha suggerito di chiedere a Laura Verrani di scriverci qualcosa per questo tempo di coronavirus. Sta scrivendo per noi, vedremo poi come pubblicarlo, un commento all'Apocalisse, che ci sarà particolarmente adatto per ripensare a questo periodo così strano.   Come vedete siamo circondati da persone che ci vogliono bene e pensano a noi.

 

         Nel numero passato del “Comunicato” avevamo tentato un formato più moderno, ma molti di noi non han capito che dopo il mio articoletto c'erano altre pagine da vedere cliccando su “continua a leggere”, per cui siamo tornati alla primitiva forma di pagina unica continua. Per chi se lo fosse perso raccomando di andare a leggersi l'articolo “Fermatevi e sappiate che io sono Dio” di dom Mauro Giuseppe Lepori, abate generale dell'ordine cistercense, articolo molto prezioso che ci sarà particolarmente utile per una riflessione su come ripartire nel “dopo virus” (vedi Comunicato numero VI).

 

         Chiedo scusa ai lettori ma, nella mia cronica incapacità informatica, ho cancellato ben due pagine di messaggi arrivati che volevo pubblicare nella rubrica “Insieme in cordata”. Chiedo scusa a tutti ed a ciascuno.

 

         La difficoltà economica di persone che non stanno lavorando o che addirittura stanno perdendo l'occupazione, ci porrà delle domande come comunità cristiana inserita in questo territorio. Nel nostro piccolo, su richiesta di persone in difficoltà, abbiamo già iniziato a distribuire cibo (raccolto in avvento e quaresima) e denaro per alcune emergenze.

 

         Ricordo ancora che è possibile spedirmi le riflessioni circa le dieci parole in vista di una ripresa... diversa. Indirizzo mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. da utilizzare solo per questo scopo, per il resto c'è il telefono.

 

         Dopo queste minuterie, riconsegno la parola a santa Teresa Benedetta della Croce (la professoressa Edith Stein) che ci stava aiutando con i suoi scritti nei momenti di adorazione eucaristica prima dello scoppio dell'epidemia.

 

         Scrive santa Teresa Benedetta: Ciò che della nostra storia crediamo a volte di capire è pur sempre un fugace riflesso di ciò che resterà un segreto di Dio fino al giorno in cui tutto sarà chiaro. La speranza in questa futura rivelazione mi dà una grande gioia. E questa fede nella storia segreta delle anime deve fortificarci quando ciò che vediamo esternamente (in noi e negli altri) ci toglierebbe il coraggio.

 

         Ancora, in un altro passo la Santa scrive: Quando si viene sradicati dal tranquillo e naturale modio di vivere, siamo costretti a riflettere su noi stessi, sulla nostra essenza e sulla nostra sorte.

 

         Da notare sempre che lei scriveva queste cose non nel salotto della sua casa, ma con un'aspettativa drammaticamente peggiore della nostra: la deportazione al campo di sterminio dove venne poi assassinata nella camera a gas.

 

         Davvero, questa epidemia che ci ha come “sradicati” dal nostro tran tran quotidiano contiene un segreto che non possiamo assolutamente permetterci di sprecare. Un segreto che forse è un richiamo potente all'autenticità delle cose, dei sentimenti, alla purezza... Ognuno di noi ne può far tesoro fermandosi a pensare un attimo a se stesso ed alla propria esistenza, al modo di condurre la propria vita, le relazioni, il rapporto con chi amiamo, con chi fa più fatica...

         Da soli, sia come individui, come Chiesa che come società, da tempo ci dicevamo che non si poteva andare avanti così: occorreva fermarsi, ma nessuno di noi ne aveva il coraggio, ne intuiva in che modo... La vita (e forse la Vita) ci hanno obbligato a farlo, occasione unica, da non perdere. A memoria d'uomo una cosa così non si era mai vista, una specie di momento giubilare condiviso con tutti, pure con chi non crede... Non cerchiamo in questo tempo in tutti i modi di riempire il vuoto, cerchiamo di abitarlo, di viverlo e lo scopriremo brulicante di vita, di vita genuina, sana, vera. Cerchiamo di non limitarci ad aspettare che passi e che passi in fretta per tornare, finalmente, come prima, sarebbe un'occasione sprecata!

 

         Ancora Edith Stein: Benedici, Signore, il coraggio di chi è affranto, la cruda solitudine d'anime profonde; l'essere inquieto degli uomini ed il dolore che l'anima ad altri non confida.

 

         Ricordiamoci dei poveri, il Papa ce lo rammenta tutti i giorni. E non ci sono solamente i poveri di denaro. Moltissime sono le forme di povertà. Alla fine della nostra vita conterà solamente quanto abbiamo amato ci ricorda san Giovanni della croce.

 

         La Chiesa deve tener conto del mutamento di tutte le cose terrene; essa può custodire nel tempo la verità eterna e la vita eterna solo a condizione di prendere ogni tempo così come è ed agire in conformità alle sue caratteristiche.

 

         Non commento questa frase, ma la utilizzo applicandola alle tante domande ed ai tanti dubbi che questa situazione del coronavirus può suscitare nel nostro cuore, mettendola accanto ad una frase del nostro papa Francesco: Una fede che non va in crisi è una fede morta. Questa situazione non richiede solamente qualche rinnovamento della pastorale, ma una conversione pastorale!".

 

don Dario Bernardo M.

oblato benedettino

 

 

Siamo figli della Luce

di Silvana di Milano

 

         Nelle chiese senza fedeli il cero pasquale è stato acceso nella notte. A voce sommessa è stato annunciato: Cristo Signore è risorto!”, ma la luce fatica a farsi strada in noi. La gioia non trova parole e gesti per esprimersi. Siamo bloccati dalla paura e dal tormento. Come cantare la Risurrezione in questi giorni di prova e di dolore? Come sciogliere le campane perché il loro suono festoso inondi la terra?

 

         Le vie dei paesi e delle città sono deserte e silenziose. Nessun grido né gioco di bimbi nelle scuole e nei parchi chiusi. Non un incontro, una stretta di mano, un abbraccio. Non si apre la porta di casa per l'accoglienza di un amico.

 

         Siamo figli della luce. Sì. La luce è in noi. L'Amore ci abita. E' lì che possiamo andare ad accordare le chitarre per cantare la forza della vita. Sia l'Amore a svegliare la gioia ed a sostenerci nel condividerla.

 

 

"Non è qui, è risuscitato!"

di Elizabeth Green pastora battista proposto da Marinella

 

         Il morire in solitudine, lontani dalle persone care, è uno degli aspetti più tremendi del Coronavirus. La triste morte di nonne e nonni, madri e padri, sorelle e fratelli, amiche ed amici di una vita (“non sono numeri, ma persone”), che se ne vanno da soli non ci lascia indifferenti. Certo, tutti in ospedale fanno il possibile (una stretta di mano, una parola gentile), ma rimane il fatto che oggi donne e uomini, vecchi o meno, muoiono in solitudine, privi del conforto delle persone a loro care.

 

Anche Gesù morì così, una morte orribile: solo ed abbandonato dai suoi.

         Circondato non da persone premurose bensì da gente che lo denigrava e si prendeva gioco di lui. Alla fine di una lotta sino alla morte, contro la morte, disperato, espresse tutto il suo senso di abbandono. “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” è il grido che si alzò dalla croce prima che Gesù, agonizzante e solo, respirasse per l’ultima volta e rendesse lo Spirito. E' una scena desolante che ci tocca nel profondo.

         Eppure è proprio in base a questo tipo di morte che Dio, nelle parole di James Dunn, “Può sostenere sia gli individui sia i popoli attraverso il loro disorientamento e le loro domande, le loro tribolazioni e le loro agonie”». Solo chi ha partecipato ad una morte così, dal di dentro per così dire, può “distruggere con la sua morte colui che aveva potere sulla morte” e di conseguenza “liberare tutti quelli che dal timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la loro vita” (Eb 2, 14 ss).

         In questi giorni in cui tutti e tutte, seppur in misura diversa, siamo messi alla prova, da più parti arriva una richiesta di fare ordine e di dare senso. Coloro che dispensano senso (e buon senso), da tempo messi e messe da parte da un mondo ritenutosi autosufficiente, tornano alla ribalta.

         Davanti alla richiesta pressante di una parola spendibile, che cosa possiamo dire? Prendiamo in prestito le parole rivolte da Pietro al mendicante: “Dell’argento e dell’oro non ne ho, ma quello che ho, te lo do” (Atti 3, 6). Allora, che cosa abbiamo? Né risposte né spiegazioni, ma una storia che a Pasqua raccontiamo, alla quale torniamo.

 

Le donne che seguivano Gesù ed erano salite a Gerusalemme con lui occupano un posto strategico in questa storia.

         E' possibile che proprio le donne, vicine da sempre a nascite e morti, avessero già intuito che nella morte di Gesù stava il germe della vita? Non lo avevano abbandonato spaventate ma, come ora si è costretti a vegliare a distanza i propri cari, anche allora avevano vegliato Gesù osservando da lontano le sue ultime ore sulla croce. Tenendolo nel loro sguardo. Tenendolo nel loro cuore. Tenendolo nelle loro preghiere.

         Nemmeno in seguito, in quel bailamme dopo il decesso, quando il suo corpo fu tratto giù dalla croce, lo avevano perso di vista. Anzi, avevano seguito la bara (le bare!) per sapere dove la salma sarebbe andata a finire, dove Gesù sarebbe stato sepolto. E non si sono arrese. Perché quando potevano di nuovo uscire (dopo il sabato) si sono recate alla tomba presto la mattina. Con gli aromi in mano erano determinate a dare al loro caro, al loro amico, fratello, maestro, il commiato giusto, degno e dovuto. Sono donne come Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e Salome (“persone non numeri”) a scoprire la tomba vuota, a vedere l’angelo ed a sentire le sue parole: “Voi non temete perché so che cercate Gesù che è stato crocifisso. Egli non è qui perché è risuscitato come aveva detto” (Mt 28, 5).

 

Di colpo la distanza di sicurezza è abolita, il Risorto si fa incontro alle donne e le donne si avvicinano a Gesù. Il contatto corpo a corpo, pelle su pelle, è ripristinato, le donne gli stringono i piedi. L’isolamento ha fine. La morte sconfitta. La comunione ricomposta. Saranno le donne a portare la notizia ai discepoli.

         Spesso si è detto che il gruppo di donne fornisce, nel vangelo di Marco per esempio, l’anello di congiunzione tra il prima della croce ed il dopo della resurrezione, tra il passato della morte ed il futuro della vita. Se guardiamo la storia a partire dalla fine, invece, possiamo pensare che sono state le donne, avendo compreso ciò che Gesù aveva detto, ad aver trascinato quel glorioso futuro di vita fin dentro la valle dell’ombra della morte. Come se attraverso tutto il loro vegliare, il loro sostare, il loro osservare ed il non arrendersi davanti alla morte, la resurrezione (che da un lato è ancora da venire, ma dall’altro è già avvenuta) illuminasse già il presente, il loro ed il nostro.

 

 

Coronavirus: solo nella speranza di una vita che sconfigge la morte possiamo dire “andrà tutto bene”

riflessione del teologo don Roberto Repole proposto da suor Maria Silvia

 

         “Tutto ha il suo momento ed ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo”, dice il Sapiente in un antico libro della Bibbia. C’è “Un tempo per piangere ed un tempo per ridere… un tempo per abbracciare ed un tempo per astenersi dagli abbracci”. Ciò che ci è chiesto è di comprendere quale tempo si stia abitando. Qualcosa di vero sempre, che diventa indispensabile in alcuni frangenti della storia. Specie quelli in cui si tratta di vedere, senza dabbenaggine, che si è alle prese con un momento straordinario.

         Potrà sembrare strano, ma quello che fatichiamo a interiorizzare in questi giorni amari, come cittadini e come credenti, è che siamo alle prese con un tempo non più normale. Non è normale vedersi portare via il padre ammalato su un’ambulanza senza poterlo abbracciare, confortare, accudire, nell'incertezza straziante di poterlo ancora rivedere. Non è normale che in una città moderna del 2020 sfilino i carri dell’esercito per trasportare decine di bare in attesa di sepoltura, in una solitudine agghiacciante. Non è normale non potersi più fidare dell'altro né di sé stessi, perché non si sa chi dei due possa essere letale. No: tutto questo non è normale! Dobbiamo vederlo e dircelo. E possiamo anche scrivere, colorare e convincerci che “andrà tutto bene”. Facciamolo, per carità, se serve a farci forza ed a trovare stimoli per poter resistere e non soccombere. Forse abbiamo addirittura il dovere di farlo, per preservare i più piccoli ed indifesi dalla pesantezza che si è abbattuta sui nostri cuori.

         Ma sarebbe bene non negarci la realtà. Non andrà tutto bene per le centinaia di vittime di cui ci viene dato l’annuncio ogni sera, come in un bollettino di guerra, né per le famiglie che quei morti li piangono. E non andrà tutto bene neppure per chi sopravvivrà. Perché ormai dovrebbe essere evidente a tutti: la normalità a cui ritorneremo non sarà semplicemente identica a quella che si è interrotta qualche settimana fa.

         Ciò che è certo è che in un momento così anormale, non si può continuare a vivere come se tutto fosse semplicemente normale. Sarebbe insipiente e distruttivo. Nella vita sociale siamo stati chiamati a rinunciare a molte delle realtà che ci sono normalmente necessarie. Lo ha detto bene il premier Giuseppe Conte: dobbiamo astenerci dagli abbracci, in questo momento, se vogliamo tornare ad abbracciarci ancora, come è normale che sia.

         Lo stesso sta accadendo nella comunità cristiana. Abbiamo dovuto interrompere i ritmi della nostra vita comunitaria. Siamo chiamati a vivere la mancanza straziante dell'Eucaristia domenicale. (...) Ciò che stupisce è che si possa ragionare di queste oggettive mancanze, come se non ci trovassimo in una situazione eccezionale. Fa pensare che si sia potuto dire che la Chiesa, specie nei suoi preti, stia mostrando paura ed indebita sottomissione nell’accettare queste restrizioni.

         E' vero, nella normalità non possiamo vivere senza quel pane spezzato della domenica. E' quell'eucaristia la nostra sorgente. Abbiamo necessità di ascoltare insieme la Parola di Dio, di nutrirci insieme della carne di Cristo, di toccarci e sperimentare in quel tocco che siamo fratelli in cui scorre la medesima vita. E questo semplicemente perché tutto nel cristianesimo ha a che fare con la concretezza della carne. “La carne è il cardine della salvezza”, diceva Tertulliano. Ma si può semplicemente continuare a fare tutto come prima, quando proprio quella carne è ammalata e portatrice di malattia? Si possono celebrare i gesti della fede, che portano la salvezza, con il dubbio atroce che possano invece essere portatori di morte? Sarebbe coraggio quello di preti che, pur in modo generoso, continuassero ad incontrare le persone come se niente fosse, con il pericolo di contagiare e far contagiare decine e centinaia di persone?

         Forse solo se si conserva un’idea “soprannaturalistica” della salvezza, che non avrebbe nulla a che fare con la concretezza delle nostre vite. E forse solo se si professa una fede che non può tener conto dei dati che ci fornisce la scienza e, dunque, di un aspetto rilevante della modernità. Probabilmente non è di coraggio che abbiamo bisogno in questo momento. Forse abbiamo necessità di visione. Quella che ci serve per riconoscere che alcune oggettive mancanze possono rappresentare oggi una pienezza ed alcuni oggettivi silenzi possono diventare parole. Ci serve visione come Chiesa per aiutarci a riscoprire che la festa non si riduce al precetto domenicale. Ci è impossibile celebrare insieme l’eucaristia, ma non ci è impossibile santificare quel tempo, come segno che la nostra vita non viene da noi, che non siamo all'origine di noi stessi e del mondo. Ci serve visione per aiutarci a vedere finalmente che siamo impastati della stessa umanità di tutti, che in questi giorni prova paura, sconcerto, rabbia, dolore.

         Non siamo degli alieni in questo mondo. Se una specificità abbiamo, e non ci è tolta neppure in queste ore, è di far diventare quei sentimenti invocazione, preghiera, persino grido. Serve visione per far crescere la fiducia che Cristo è vivente anche oggi e può parlare, attraverso il silenzio di questi giorni, nella vita di ciascuno. La stessa che può aiutarci a non fuggire troppo frettolosamente il senso di precarietà ed impotenza che ci ha assalito, perché forse è proprio da lì che potrà emergere per la società e per la Chiesa qualcosa di inedito. E soprattutto serve visione per riconoscere che mai come in questo momento abbiamo la possibilità di annunciare come cristiani quel che troppo spesso taciamo: Cristo è risorto e solo nella speranza di una vita che sconfigge la morte, possiamo davvero dire che “andrà tutto bene”.

         Si può essere certi che questa è la forza di molti tra quanti, medici ed infermieri, mettono a repentaglio la loro vita per salvare quella altrui; di molti cristiani comuni che sprigionano tutta la loro creatività per non lasciare solo chi lo è già fin troppo in tempo di normalità; o di quel prete di Bergamo che avrebbe volentieri rinunciato ad essere curato purché potesse beneficiare delle cure un uomo più giovane di lui.

         Se in tempi di anormalità dobbiamo cercare dove si trova la Chiesa e quale sia il senso dell’Eucaristia che ci manca è soprattutto lì che dobbiamo guardare.

 

 

La croce

Un testo di Ermes Ronchi propostoci da suor Lorena

 

         “C’erano là molte donne che stavano ad osservare da lontano”. Solo le donne sono rimaste con lui, fragili ed indomite e non lo hanno rinnegato. Solo fra le donne Gesù non ha avuto nemici. Parlava il loro linguaggio, quello del cuore e delle ragioni forti per vivere. Piccolo gregge impaurito e coraggioso: la Chiesa nasce in quelle donne che hanno verso Gesù uno sguardo lucente di amore e di dolore: “Nasce dalla contemplazione del volto del Dio crocifisso“ (Carlo Maria Martini). Nasce dall’aver visto che, su quel corpo, l’amore ha scritto il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, indelebili ormai come l'amore. Una scena che si imprimerà in loro come un urlo, un graffio, uno squarcio, come una goccia di fuoco che penetra e divampa.

 

         La cosa più bella sulla terra è sempre un atto d’ amore. Bello è chi ti ama, bellissimo chi ti ama fino all’estremo. Suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme, sulla croce, dove il Figlio del Dio immenso si è lasciato contenere nell’infinitamente piccolo, quel poco di legno e di terra che bastano per morire.

         In quel crocifisso, dice l’evangelista Giovanni, è la gloria di Dio a rivelarsi: la bellezza si offre alla contemplazione cosmica, come arte divina di amare, come capacità di amare fino ad imbruttirsi.

         L’immagine del crocifisso non è la bella rappresentazione della realtà, così da attirare il nostro sguardo, ma la rappresentazione della realtà più bella. Pietra angolare della fede cristiana è la cosa più bella del mondo: un atto d’amore totale.

 

         Alla fine della notte Immanuel Kant direbbe: "La croce senza la Pasqua è cieca, non ha orientamento e approdo; la Pasqua senza la croce è vuota, è un pensiero gentile, un’allegoria della primavera eterna, ma non ha il contenuto, il peso di un corpo tradito, lacerato d’ amore e di dolore.

 

         "Il primo giorno della settimana Maria di Magdala si recò al sepolcro il mattino, quando era ancora buio". Maria esce di casa quando è buio nel cielo e buio nel cuore. In quell’ ora tra la notte ed il giorno, quando le cose non si vedono, ma supplisce il cuore, Maria va, sola e non ha paura. Tutto è compiuto, non va a preparare il corpo del suo amico, non porta mirra ed aloe, non c’è alcun motivo, Nicodemo ne aveva portato trenta chili, una quantità in eccesso, una eccedenza di affetto e di gratitudine. Maria non porta niente, se non il puro amore, come la sposa del Cantico: "Lungo la notte cerco l’amato del mio cuore. Non ha niente tra le mani, non porta aromi, ha soltanto lacrime.

 

         "Maria va al sepolcro e non ha paura, lei che è donna, mentre hanno paura gli uomini, perché lei gli apparteneva ed il suo cuore era presso di lui, dove era lui era anche il cuore di lei, perciò non aveva paura" (Meister Eckart). Non a caso, coloro che si recano alla tomba in quell’alba, sono coloro che hanno avuto più forte esperienza dell’amore di Gesù: le tre donne, Maddalena, il discepolo amato. Sono loro i primi a capire che un amore come quello di Gesù non poteva essere annullato dalla morte. Che il tempo dell’amore è più lungo del tempo della morte. Lo amano anche da morto ed è anche quel loro amore che obbliga Dio a inventare resurrezioni.

 

         "E vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro". Il sepolcro è spalancato, vuoto e risplendente, nel fresco dell’alba. E fuori è primavera. E' aperto come si apre il guscio di un

seme. Aperto da una forza che "non riposerà fino a che non avrà raggiunto l’ultimo ramo della creazione" (Mario Luzi) e rovesciata la pietra dell’ultima tomba.

 

 

Al sicuro nell'abbraccio di Dio

         Il 2 aprile 2020 ho compiuto vent'anni di presenza pastorale a Malanghero! Presento questo brano di don Giuseppe Magnolini, che ci viene proposto da suor Maria Silvia, perché esprime molto bene, ciò che penso e provo, ma non sarei capace di dire così bene.

 

         Da quando sono stato nominato parroco, tutte le mattine quando mi alzo compio un gesto, un gesto che mi è piaciuto tantissimo e che ho letto in una biografia del santo Curato d’Ars. Si dice che tutte le mattine, quando il Curato si alzava, invocava sulla sua comunità la benedizione del Signore perché potesse accompagnare durante la giornata quella gente. Ecco, io questo gesto l’ho adottato da quando sono diventato parroco. Ogni mattina quando mi alzo invoco sulla comunità a me affidata la benedizione del Signore perché la possa accompagnare e su di essa traccio proprio il segno della croce. E’ semplicemente un gesto, un gesto che però nasce, almeno per quanto mi riguarda, da due motivazioni. La prima è quella che davvero il Signore possa accompagnare tutti voi, che il Signore anche in questa giornata possa essere al vostro fianco, possa essere il vostro baluardo, possa essere la vostra serenità, la vostra pace, la vostra gioia, insomma tutto quello che di bene e di bello desiderate anche in questo giorno, in modo particolare in queste giornate che sono un po’ più faticose delle altre. La seconda motivazione nasce dal cuore di un pastore. Il pastore è colui che cerca sempre di essere accanto in ogni momento al suo gregge e che porta sempre il suo gregge con sé perché il gregge fa parte della sua vita, fa parte di quello che lui è. Non c’è pastore senza gregge e non c’è gregge senza pastore; nella consapevolezza che l’unico vero pastore è Gesù Cristo, noi siamo semplicemente delle ombre in confronto, però abbiamo questo compito. Volevo dirvi questo per assicurarvi che non siete soli, assicurarvi che all’inizio di ogni giornata, non solo nel tempo del coronavirus, anche nei tempi più sereni e più normali, ogni mattina c’è davvero qualcuno che vi consegna alle braccia di Dio, che vi consegna nel cuore di Dio perché sa che lì siete veramente al sicuro sempre.