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VI Comunicato

 

         Ancora a tutti voi buona Pasqua!

 

         Innanzi tutto desidero condividere con voi un pensiero del grande scrittore Dostoevskij il quale, commentando la propria prigionia in Siberia, scriveva che "Anche in cattività, in prigionia, si può vivere una grande vita".

         Ed è proprio su questo pensiero che vorrei ragionare con voi su queste pagine del "Comunicato": alla luce della Pasqua vorrei cercare di pensare alla ricostruzione del "dopo", una sorta di "fase due esistenziale".

 

         Certamente, passata la bufera, dedicheremo una celebrazione festiva al ricordo dei morti. Questa non è necrofilia, ma andare incontro ad un bisogno basilare antropologico dell'accompagnare i nostri cari nel momento della morte e questo, per ovvie ragioni, in questo tempo non ci è concesso. Per molti il non poter accompagnare in sepoltura i propri morti è una ferita sulla ferita. Tutti noi abbiamo perso un parente, un amico , un conoscente; ebbene, li ricorderemo tutti in una celebrazione comune. Pure è un bisogno antropologico fondamentale dell'uomo porre una fine al lutto, quella che noi cristiani chiamiamo la "messa di trigesima": dopo un po' di tempo occorre dire basta anche al lutto, la vita deve continuare: l'uomo è fatto per la vita, non per la morte.

         Dedicheremo così un momento a ringraziare per il fatto di essere ancora in vita, cosa assolutamente da non dare come scontata...! Cercheremo di non vivere però come "sopravvissuti", ma come rinati, alla luce della Pasqua, in Cristo Signore risorto. Allora una domanda che ci deve accompagnare in questo tempo liturgico potrebbe essere questa: come vivo l'essere risorto (non solo sopravvissuto) in Cristo? Che senso ha il mio cantare l'alleluia della vittoria di Gesù?

 

         Penso si debbano prendere le distanze dalle varie mode. Faccio tre piccoli esempi.

         "Andrà tutto bene!" ci ricordano tutti i momenti. Questo motto mi fa proprio arrabbiare: no! Come può una famiglia che conosco che ha perso il figlio di ventisei anni di coronavirus pensare che potrà ancora esserci qualcosa nella loro esistenza che potrà andar bene? Andrà tutto bene a chi, per fortuna, scamperà al contagio e non è scontato che io sia tra questi fortunati!

         Seconda moda a pare mio assai discutibile quella di inseguire i vari social alla ricerca della novità, dell'ultima notizia (magari falsa) da diffondere aumentando il panico. Un po' di digiuno post quaresimale da 'sti benedetti mezzi ci vuole proprio! Il cellulare è uno strumento o è il nostro padrone? Siamo diventati dipendenti da un elettrodomestico!

         Una terza moda, che spesso diventa pure politica, da cui liberarci: cercare a tutti i costi un nemico, un responsabile dei nostri guai: per il coronavirus sono stati prima i cinesi, poi chi continuava a passeggiare per le strade delle nostre città, oggi sono i medici che non hanno fatto abbastanza (eppure ne sono morti a decine!).

 

         Spazzata la piazza della nostra riflessione da questa ingombrante spazzatura dobbiamo dirci chiaramente e realisticamente che nulla tornerà come prima. Saremo diversi noi dopo questa esperienza (speriamo migliori), sarà diversa la nostra quotidianità, l'economia, i rapporti interpersonali, il lavoro e pure il nostro modo di essere cristiani (spero). Questa esperienza o diventa una sorta di setaccio, una possibilità di riflessione, l'occasione di fare un passo avanti, di crescere oppure sarà un grande spreco di tensione, di sofferenza, di lutti, di fatica, di energie e di risorse.

 

         Ecco allora il cuore del nostro discorso: ripartire. Sì, d'accordo, belle parole, ma come? Con quali criteri? In quale direzione? Su queste pagine del "Comunicato" cercherò di proporre delle possibili vie, ma chiedo la riflessione da parte di tutti perché, passato il pericolo del contagio, dovremo necessariamente trovarci per parlarne insieme.

 

         Ad ogni singolo individuo è data la possibilità di scegliere, di lasciarsi trasformare dalle chiamate della vita (o della Vita...?). Siamo chiamati pure ad una riflessione comunitaria. Non possiamo pensare di riprendere tutto come lo abbiamo lasciato mesi fa, come se niente fosse capitato (in molti ambienti, pure nelle parrocchie e nella Chiesa forse la tentazione c'è...).

         Per scendere nel pratico: passata la bufera sarà da rimettere in discussione ciò che viviamo e facciamo come comunità, l'esistenza dei vari gruppi, uno ad uno... questi tempi ci insegnano (e ci obbligano) a non dare nulla per scontato!

         Per questo lavoro torneranno utilissime le riflessioni che avevo chiesto sulle dieci parole... visto che non possiamo vederci di persona me le potete spedire alla mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

 

         Il "Comunicato" d'ora in poi, in piena sintonia con il tempo liturgico pasquale, cercherà di fornire una possibilità concreta di riflessione sul dopo epidemia. Anche il convegno sulla marginalità che abbiamo organizzato l'anno passato quest'anno potrebbe avere una seconda puntata con tema il "Ripartire, ma come?". E' in argomento con la marginalità perché mi pare proprio rappresenti una minoranza il numero delle persone che, nella Chiesa e fuori, stanno pensando a come ripartire. Se tutte le energie che, giustamente, stiamo investendo nella progettazione economica le utilizzassimo pure per riflettere sul nostro modo di essere uomini e su come vivere la nostra esistenza, vivremmo davvero un tempo di "rinascimento"...!

 

         In questa riflessione e nelle prossime, desidero farmi aiutare dal pensiero di santa Teresa Benedetta della Croce (la professoressa Edith Stein) che ci stava aiutando con i suoi scritti nei momenti di adorazione eucaristica prima dell'epidemia.

         Da Friburgo il 9 febbraio 1917, in una lettera ad un collega insegnante scriveva: "Se sopravvivo alla guerra (si tratta qui della prima mondiale; ndr), voglio accettare la vita come se mi fosse nuovamente donata". Ecco, propongo questo esercizio: se il coronavirus mi togliesse la vita, cosa che resta possibile (anche se "tocchiamo ferro") e se per qualche motivo fortuito mi fosse concesso di guarire, che cosa vorrei fare della mia vita "ridonata"? Che cosa trasformare? Che cosa dire alle persone che amo? Quale ricordo o messaggio lasciare? Come cambiare i miei ritmi esistenziali?

 

         Ancora, la "nostra" suor Bénédicte Marie, predicando un ritiro qui a Malanghero (il 24 novembre 2002) ci lasciò questa traccia di riflessione che ritengo non abbia perso, dopo tanti anni, di attualità: "Quali sono per me gli ostacoli alla fiducia in Dio, in Gesù? Ho la pace nel mio cuore? Se no, perché? Che cosa mi fa abitualmente perdere la pace? Come la posso ritrovare? Vivo le mie giornate unito/a Gesù? Sono attenta a vivere a sua somiglianza? Fra tutti i miei desideri, quale fra loro ha la priorità? Amo i miei nemici, so perdonare? Se no perché? Ci tengo a trovare un momento di preghiera ogni giorno?".

 

         Penso che nell'oggi storico che stiamo chiamati a vivere, questo possa aiutarci ad essere risorti con Cristo! Per cui, ancora una volta, buona pasqua di cuore.

 

don Dario Bernardo M.

oblato benedettino

 

 

A proposito di sito

         Davide ha creato sul sito una cartella con le varie meditazioni offerte per il triduo di Pasqua così che se qualcuno si è perso qualche "puntata" può recuperarla. Ancora grazie Davide!

         In questo sesto Comunicato troviamo nella Gallery del sito (clicca qui per accedere), dei disegni che in occasione della Pasqua hanno realizzato i ragazzi del catechismo capitanati dalla catechista Daniela.

 

 

Insieme, in cordata

alcuni dei messaggi comunitari arrivati in questo tempo, parole che ci fanno del bene.

 

         Lo dico sottovoce perché sembra quasi una bestemmia, ma a me questa vicenda sta facendo un gran bene! Rifletto su cose che mai alla mia età avrei pensato di poter fare... Chiedo al Signore che mi aiuti a non sprecare questa grande possibilità di riflessione e di crescita.

 

         Gesù è vivo e lo devo cercare con occhi nuovi.

 

         Oggi prego il mio rosario per te e per la comunità. Un abbraccio...

 

         Grazie al "Comunicato" che ci ha accompagnati nei giorni del triduo e ci ha aiutato molto a supplire alla mancanza delle celebrazioni che ci sono davvero mancate...

         Il dono della Pasqua sia davvero più forte della morte e delle lacerazioni del mondo.

 

         Grazie per il sito che ci aiuta a pensare ed a meditare, pure di questi tempi difficili...

 

         Grazie del Comunicato. Questa Pasqua particolare speriamo inviti tutti noi a riflettere sull'importanza e sul vero significato della vita, delle relazioni... Cerco di vivere apprezzando ogni minuto. Mi mancano molto la messa e la comunità, ma ho un bene prezioso: il Signore sempre con me. Grazie per tutto.

 

         Aiutiamoci a vicenda a fare spazio al Signore mentre lo pensiamo più vicino che mai alla gente che lotta per la vita.

 

         Dal cuore e con il cuore auguri a tutti di una santa Pasqua!

 

         Dopo la frammentazione, il tramonto ed il dolore del venerdì. Dopo lo smarrimento, l'incredulità ed il silenzio del sabato. Ecco il giorno della rivincita della Vita sulla morte, ecco la domenica di Pasqua di nostro Signore Gesù è arrivata. La Vita ci guidi verso la nostra rinascita dopo questo strano periodo.

 

         Grazie per le bellissime meditazioni della Suora domenicana medico.

 

         Ci aiuti il Signore perché impariamo a diventare liberi.

 

         Per il mistero della croce, illuminami Signore!

 

         Grazie per quanta abbondanza riceviamo...

 

         Davvero, anche in questo momento, l'amore rende liberi!

 

         Mi manca molto la messa, ma ringrazio molto per il comunicato che mi aiuta a sentirmi parte di una comunità che può essere unita nella preghiera anche se a distanza...

 

         Grazie dei bei pensieri del "Comunicato".

 

 

"FERMATEVI  E  SAPPIATE  CHE  IO  SONO  DIO"

         A volte ci chiediamo: che cosa ci stanno a fare i monaci chiusi nei loro monasteri? Questa lettera scritta da dom Mauro Giuseppe Lepori, abate generale dell'ordine cistercense per il tempo di epidemia (data a Roma, il 15 marzo 2020, III domenica di Quaresima) ed a noi proposta da suor Maria Silvia, penso possa essere una validissima risposta alla domanda.   Ai monaci chiediamo infatti una visione "diversa" delle cose di tutti i giorni. Questa lettera ci potrà tornare molto utile anche nel dopo, nel tempo della "ricostruzione".

 

         Carissimi,

         La situazione che si è venuta a creare con la pandemia di coronavirus mi spinge a cercare un contatto con tutti voi tramite questa lettera, quale segno che stiamo vivendo questa situazione in comunione, non soltanto fra di noi, ma con la Chiesa tutta ed il mondo intero. Trovandomi in Italia ed a Roma, sperimento questa prova in un punto cruciale, anche se è chiaro che la maggior parte dei Paesi in cui viviamo si troverà presto nella stessa situazione.

 

Giovare a tutti

         E' evidente che la prima reazione corretta che dobbiamo avere, anche come Ordine e comunità monastiche, è quella di seguire le indicazioni delle autorità civili ed ecclesiastiche per contribuire con l’obbedienza ed il rispetto ad una rapida risoluzione di questa epidemia. Mai come ora siamo richiamati tutti a renderci conto di quanto la responsabilità personale sia un bene per tutti. Chi accetta le regole ed i comportamenti necessari per difendersi dal contagio contribuisce a limitarlo anche per gli altri. Sarebbe una regola di vita da osservare sempre, a tutti i livelli, ma nell’emergenza attuale è lampante che tutti siamo solidali nel bene e nel male. Ma a parte l’aspetto sanitario della situazione, cosa ci chiede questo momento drammatico? A cosa ci chiama Dio in quanto cristiani attraverso questa prova universale?

 

Che testimonianza siamo invitati a dare? Che aiuto specifico siamo chiamati ad offrire alla società, a tutti i nostri fratelli e sorelle nel mondo?

         Mi torna in mente l’espressione della "Carta Caritatis" (una sorta di "Regola" dell'ordine; ndc) su cui ho messo spesso l’accento durante lo scorso anno: “Prodesse omnibus cupientes”, cioè desiderosi di giovare a tutti (cfr. CC, cap. I). Che giovamento siamo chiamati ad offrire a tutta l’umanità in questo preciso momento?

 

“Fermatevi e sappiate che io sono Dio”

         Forse il nostro primo compito è quello di vivere questa circostanza dandole un senso. In fondo, il vero dramma che vive attualmente la società non è tanto o solo la pandemia, ma le sue conseguenze nella nostra esistenza quotidiana. Il mondo si è fermato. Le attività, l’economia, la vita politica, i viaggi, i divertimenti, lo sport si sono fermati, come per una quaresima universale. Ma non solo questo: in Italia ed ora anche in altri paesi, si è fermata anche la vita religiosa pubblica, la celebrazione pubblica dell’Eucaristia, tutti i raduni e gli incontri ecclesiali, per lo meno quelli in cui i fedeli si incontrano fisicamente. E' come un grande digiuno, una grande astinenza universale.

         Questo arresto imposto dal contagio e dalle autorità è presentato e vissuto come un male necessario. L’uomo contemporaneo, infatti, non sa più fermarsi. Si ferma solo se è fermato. Fermarsi liberamente è diventato quasi impossibile nella cultura occidentale odierna, peraltro globalizzata. Neppure per le vacanze ci si ferma veramente. Solo i contrattempi spiacevoli riescono a fermarci nella nostra corsa affannosa per approfittare sempre più della vita, del tempo, spesso anche delle altre persone. Ora, però, un contrattempo sgradevole come un’epidemia ci ha fermati quasi tutti. I nostri progetti ed i nostri piani sono stati annullati e non sappiamo fino a quando.

 

Fermarsi, invece, vuol dire ritrovare il presente, l’istante da vivere ora, la vera realtà del tempo e quindi anche la vera realtà di noi stessi, della nostra vita

         L’uomo vive solo nel presente, ma siamo sempre tentati di rimanere attaccati al passato che non c’è più o a proiettarci verso un futuro che non c’è ancora e forse non ci sarà mai. Nel salmo 45, Dio ci invita a fermarci per riconoscere la sua presenza in mezzo a noi. “Fermatevi! Sappiate che io sono Dio, eccelso tra le genti, eccelso sulla terra. Il Signore degli eserciti è con noi, nostro baluardo è il Dio di Giacobbe” (Sal 45, 11-12). Dio ci chiede di fermarci; non ce lo impone. Vuole che di fronte a lui ci fermiamo e rimaniamo liberamente, per scelta, cioè con amore. Non ci ferma come la polizia che arresta un delinquente in fuga. Vuole che ci fermiamo come ci si ferma davanti alla persona amata, o come ci si ferma di fronte alla tenera bellezza di un neonato che dorme, o ad un tramonto o ad un’opera d’arte che ci riempiono di stupore e silenzio. Dio ci chiede di fermarci riconoscendo che la sua presenza per noi riempie tutto l’universo, è la cosa più importante della vita, che nulla può superare. Fermarci di fronte a Dio significa riconoscere che la sua presenza riempie l’istante e quindi soddisfa pienamente il nostro cuore, in qualsiasi circostanza e condizione ci troviamo.

 

Vivere la costrizione con libertà

         Cosa significa questo nella situazione attuale? Che possiamo viverla con libertà, anche se costretti. La libertà non è scegliere sempre e comunque quello che si vuole. La libertà è la grazia di poter scegliere ciò che dà pienezza al nostro cuore anche quando ci è tolto tutto. Persino quando ci è tolta la libertà, la presenza di Dio ci conserva ed offre la libertà suprema di poter fermarci di fronte a Lui, di riconoscerlo presente ed amico. E' la grande testimonianza dei martiri e di tutti i santi.

         Quando Gesù ha camminato sulle acque per raggiungere i suoi discepoli in mezzo al mare in tempesta, li ha trovati che non potevano avanzare per il vento contrario: “La barca (…) era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario” (Mt 14, 24). I discepoli lottano impotenti contro il vento che li contrasta nel loro progetto di raggiungere la riva. Gesù li raggiunge come solo Dio può avvicinarsi all’uomo, con una presenza libera da ogni costrizione. Nulla, nessun vento contrario e neppure nessuna legge della natura si può opporre al dono della presenza di Cristo venuto a salvare l’umanità. “Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare” (Mt 14, 25). Ma c’è un’altra tempesta che vorrebbe opporsi alla presenza amica del Signore: la nostra diffidenza e paura; “I discepoli furono sconvolti e dissero: E' un fantasma! E gridarono dalla paura” (14, 26). Spesso quello che immaginiamo con gli occhi della nostra diffidenza trasforma la realtà in “fantasma”. Allora è come se fossimo noi stessi ad alimentare la paura che ci fa gridare. Ma Gesù è più forte anche di questa tempesta interiore. Si avvicina di più, ci fa sentire la sua voce, la sonorità pacificante della sua presenza amica: “Ma subito Gesù parlò loro dicendo: Coraggio, sono io, non abbiate paura!” (14, 27). “Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: Davvero tu sei Figlio di Dio!” (Mt 14, 33). Solo quando i discepoli riconoscono la presenza di Dio e la accolgono come tale, cioè si fermano davanti ad essa, il vento cessa di contrastarli (cfr. Mt 14, 32) e “subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti” (Gv 6, 21). Può avvenire questo nella situazione di pericolo e timore che viviamo ora di fronte al dilagare del virus e alle conseguenze, certamente gravi e durature, di questa situazione su tutta la società? Riconoscere in questa circostanza una possibilità straordinaria di accogliere ed adorare la presenza di Dio in mezzo a noi non vuol dire fuggire la realtà e rinunciare ai mezzi umani che si mettono in atto per difenderci dal male. Questo sarebbe un’ingiuria a chi ora, come tutto il personale sanitario, si sacrifica per il nostro bene. Sarebbe anche blasfemo pensare che Dio ci manda lui le prove per poi mostrarci quanto è buono nel liberarcene. Dio entra nelle nostre prove, le soffre con noi e per noi fino alla morte in croce. Ci rivela così che la nostra vita, nella prova come nella consolazione, ha un senso infinitamente più grande che la risoluzione dell’attuale pericolo.

 

Il vero pericolo che incombe sulla vita non è la minaccia della morte, ma la possibilità di vivere senza senso, di vivere senza essere tesi ad una pienezza più grande della vita e ad una salvezza più grande della salute. Questa pandemia, con tutti i corollari e le conseguenze che comporta, è allora per tutti un’occasione di fermarci davvero, non solo perché costretti, ma perché siamo invitati dal Signore a stare davanti a lui, a riconoscere che lui, proprio ora, ci viene incontro in mezzo alla tempesta delle circostanze e delle nostre angosce, proponendoci un rinnovato rapporto di amicizia con lui, con lui che è senz’altro capace di arrestare la pandemia come ha calmato il vento, ma che soprattutto ci rinnova il dono della sua presenza amica, che sconfigge la nostra fragilità piena di timore “Coraggio, sono io, non abbiate paura!” e ci vuole condurre subito al destino ultimo e pieno dell’esistenza: lui stesso che rimane e cammina con noi.

 

Dovremmo sempre vivere così

         Questa scena del Vangelo, così come la scena del mondo turbato di oggi, non dovrebbe sembrarci tanto estranea. In realtà, la nostra vocazione di battezzati, come la nostra vocazione alla vita consacrata nella forma monastica, dovrebbe sempre aiutarci e richiamarci a vivere così. La situazione attuale richiama a noi ed a tutti i cristiani un po’ quello che san Benedetto dice del tempo di Quaresima (cfr. RB 49, 1-3): dovremmo sempre vivere così, con questa sensibilità al dramma della vita, con questo senso della nostra strutturale fragilità, con questa capacità di rinunciare al superfluo per salvaguardare ciò che in noi e fra di noi è più profondo e vero, con questa fede che la nostra vita non è nelle nostre mani, ma nelle mani di Dio. Dovremmo pure sempre vivere con la coscienza che siamo tutti responsabili gli uni degli altri, solidali nel bene e nel male delle nostre scelte, dei nostri comportamenti anche più reconditi ed apparentemente insignificanti. La prova che viene a tormentarci deve anche renderci più sensibili alle tante prove che colpiscono gli altri, gli altri popoli, che spesso guardiamo soffrire e morire con indifferenza. Ci ricordiamo, per esempio, che mentre da noi infierisce il coronavirus, i popoli del corno d’Africa subiscono da mesi un’invasione di locuste che minaccia la sussistenza di milioni di persone? Ci ricordiamo dei migranti sospesi in Turchia? Ci ricordiamo della ferita sempre aperta in Siria e tutto il Medio Oriente?... Un periodo di prova può rendere le persone più dure o più sensibili, più indifferenti o più compassionevoli. In fondo, tutto dipende dall’amore con cui le viviamo ed è soprattutto questo che Cristo viene a donarci ed a destare in noi con la sua presenza. Qualsiasi prova prima o poi passa, ma se la viviamo con amore, la ferita che la prova incide nella nostra vita potrà rimanere aperta, come sul corpo del Risorto, come una fonte sempre zampillante di compassione.

 

Ministri del grido che mendica salvezza

         C’è però un compito che siamo chiamati ad assumere in modo specifico: l’offerta della preghiera, della supplica che mendica la salvezza. Gesù Cristo, con il battesimo, la fede, l’incontro con lui tramite la Chiesa ed il dono di una particolare vocazione a stare con lui nella “scuola del servizio del Signore” (Regola di san Benedetto, Prologo 45), ci ha chiamati a stare di fronte al Padre chiedendo tutto nel suo nome. Per questo ci dona lo Spirito che, “con gemiti inesprimibili”, “viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente” (Rm 8, 26). Prima di entrare nella passione e morte, Gesù ha detto ai suoi discepoli: “Io ho scelto voi (…) perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda” (Gv 15, 16). Non ci ha scelti solo per pregare, ma per essere sempre esauditi dal Padre. La nostra ricchezza è allora la povertà di non avere altro potere che quello di mendicare con fede. E questo è un carisma che non ci è dato solo per noi, ma per portare a compimento la missione del Figlio che è la salvezza del mondo: “Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3, 17). Anche il bisogno di salvaguardare o recuperare la salute, che tutti sentono in questo momento, magari con angoscia, è un bisogno di salvezza, della salvezza che preservi la nostra vita dal sentirsi senza senso, sballottata dalle onde senza un destino, senza l’incontro con l’Amore che ce la dona in ogni istante per giungere a vivere eternamente con lui. Questa coscienza del nostro compito prioritario di preghiera per tutti deve renderci universalmente responsabili della fede che abbiamo e della preghiera liturgica che la Chiesa ci affida. In questo momento in cui è imposto alla maggior parte dei fedeli di rinunciare all’Eucaristia comunitaria che li raduna nelle chiese, quanto dobbiamo sentirci responsabili delle messe che possiamo continuare a celebrare nei monasteri e della preghiera dell’Ufficio Divino che continua a riunirci in coro! Non abbiamo certo questo privilegio perché siamo migliori degli altri. Forse ci è dato appunto perché non lo siamo e questo rende la nostra mendicanza più umile, più povera, più efficace di fronte al Padre buono di tutti. Dobbiamo essere più che mai consapevoli che nessuna delle nostre preghiere e liturgie va vissuta senza sentirci uniti a tutto il Corpo di Cristo che è la Chiesa, la comunità di tutti i battezzati tesa ad abbracciare tutta l’umanità.

 

La luce degli occhi della Madre

         Ogni sera, in tutti i monasteri cistercensi del mondo, entriamo nella notte cantando il Salve Regina. Anche questo dobbiamo farlo pensando alle tenebre che spesso avvolgono l’umanità, riempiendola di timore di perdersi in esse. Nel Salve Regina chiediamo su tutta la “valle di lacrime” del mondo e su tutti gli “esuli figli di Eva”, la luce dolce e consolante degli “occhi misericordiosi” della Regina e Madre di Misericordia, affinché in ogni circostanza, in ogni notte e pericolo, lo sguardo di Maria ci mostri Gesù, ci mostri che Gesù è presente, che ci conforta, che ci guarisce e ci salva. Tutta la nostra vocazione e missione è descritta in questa preghiera. Che Maria, “vita, dolcezza e speranza nostra”, ci doni di vivere questa vocazione con umiltà e coraggio, offrendo la nostra vita per la pace e gioia di tutta l’umanità!